Recensioni

‘La crociata’ di Louis Garrel. E la Terra resta a guardare

La recensione del nuovo film con Laetitia Casta, diretto e interpretato da Louis Garrel

Terza regia di Louis Garrel, dopo la premiere a Cannes, poi passato a Roma in ottobre, ad Alice nella Città durante la Festa del Cinema, è approdata nelle sale italiane La croisadeLa crociata mette insieme la favola contenuta nell’ultima sceneggiatura di Jean-Claude Carrére, recentemente scomparso, e la commedia ambientalista voluta dal regista, che ne è protagonista insieme alla moglie Letitia Casta.

Bobo sta per bourgeois-bohemien, ho scoperto da poco questo termine curioso, indica quell’attuale borghesia che per spezzare l’agio si dà a provocazioni e anticonformismi. Una sorta di radical chic d’azione, se vogliamo. Il termine nasce a Parigi, dove si svolge la nostra storia. Abel e Marianne sono nomi feticcio per i personaggi di Garrel. Anche i protagonisti del suo precedente L’uomo fedele li portavano, insieme alle interpretazioni di lui e della moglie. Qui si rendono conto che il loro figlio tredicenne ha fatto sparire diversi oggetti preziosi di casa per rivenderli misteriosamente. Scoperta la sua missione per salvare il mondo dal tracollo ecologico con un dispendioso progetto, e condivisa peraltro con una rete internazionale di ragazzi, inizierà una sciarada generazionale tra ambientalismo scimmiottante Greta Thunberg, minidramma familiare per vini, orologi e abiti andati perduti e soprattutto la crescita ormonale, questo finora dormiente mostriciattolo impossessatosi del loro ragazzino.

Il twist? La Marianne della Casta che inizierà a guardare alle idee del figlio come fossero nuovo bizzarro contenuto del suo prezioso armadio. Indossarne qualcuna in sostituzione del Dior della discordia forse chiuderà il cerchio, almeno con nuovo stile. Mentre il papà non riesce neanche ad esser reazionario come vorrebbe. E almeno questo è un bene. Niente più haute couture o invisibili pellicole d’astio familiare da lavorare un dì in terapia. “Dai, che forse con la crociata per l’ambiente ci guadagniamo tutti, almeno in salute, e pure in morale”. Sembrerebbe sussurrarci questo film che si beve come un bicchier d’acqua. Invece Garrel parla con leggerezza dell’inaspettato impegno dei giovanissimi nel perorare una causa come la salvaguardia dell’ambiente. Una leggerezza stilosa e un po’ gonfiata che lascia ampi spazi liberi allo spettatore, più sul materialismo verso gli oggetti con i quali definiamo la nostra vita che con la natura alla quale imponiamo i nostri capricci.

Si fa pure guardare questa tiepida commedia che di divertente ha proprio poco. Senza troppi sorrisi, lascia sempre a denti stretti pur nella sua poco patinata cerebralità. Purtroppo la favola diventa favoletta di fronte alle reali necessità del nostro pianeta e alle ben più complesse soluzioni in sospeso fuori da un cinema. Senza anticipare quella sognante della Crociata, possiamo guardare a questo film, girato tra l’altro con alcuni esterni da lockdown parigino, come a un innocuo granello d’intrattenimento che aggiunge poco o nulla alla causa ambientale, e ancor meno al grande talento di Garrel, che aspettiamo con i suoi numerosi progetti del 2022. Due su tutti, L’ombra di Caravaggio di Michele Placido e il nuovo film di Pietro Marcello girato in Francia.

‘Taddrarite’ con Donatella Finocchiaro. Si va a teatro con tre vedove e un funerale

La tournée dello spettacolo su tre sorelle siciliane prosegue nei teatri italiani. Siamo andati a vedere la prima romana alla Sala Umberto

È gremito il teatro Sala Umberto per questa prima di Taddrarite, che poi è una prima a metà, perché lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Luana Rondinelli ha esordito nel 2013 vincendo il Premio della critica Etica in Atto nello stesso anno, nel 2014 il Roma Fringe Festival, e il Premio Afrodite nel 2020. Con un cast per tre attrici che sono cambiate nel tempo, siamo arrivati alla formazione di oggi con Donatella Finocchiaro, Claudia Potenza, e la stessa Rondinelli, subentrata ad Antonia Truppo richiamata dal set. Tre donne in nero, scena di tre sedie e una cassa funebre con un marito da vegliare durante una notte di confessioni e rivelazioni che scorrono come un epitaffio tragicomico a tre voci sulle povere vestigia di un maschio siciliano, ma come tanti in tutta Italia. 

Monologhi pensiero spezzano i rosari recitati per inerzia, così le nenie di queste donne dalle anime colorate oggi ridotte al nero spingono per riemergere dai silenzi casalinghi, rialzano le spalle ricurve in cucina tra piatti da fare e invidia per le amanti che al posto loro passeggiavano al mare sottobraccio ai mariti. Tre sorelle troppo prese dai loro matrimoni e figli da crescere, troppo incastrate tra lutti, separazioni e costrizioni varie per parlare liberamente, scambiare idee. Anche soltanto tra di loro. Tutta la cultura maschiocentrica di certo Sud Italia è impigliata nelle loro emozioni, pesa sulle loro spalle. Custodita e riprodotta nei loro ventri, ma in questa pièce raccontata con ironia pungente e un fiume di parole leggerissime e pesantissime insieme.

Taddrarite significa pipistrelli, perché in nero e chiuse in casa a vegliare il loro morto. Morte che imbriglia la vita, ma forse non per questa notte, perché la vitalità di queste donne deborda in un ritmo vorticoso di tempi comici che risplendono sul palcoscenico. Testo impreziosito da tre performance trascinanti, ognuna a modo suo. Così se la Potenza delle tre fa la più giovane e timida, ma in fin dei conti vigorosa e dolcemente coriacea nella sua costanza, il personaggio della Finocchiaro è la ribelle, la sciantosa in pelliccia che si è rifatta una vita, che forse però ancora non è quella giusta. La più giudiziosa e saggia la interpreta invece l’autrice. Personaggio suo che mette ordine, o almeno ci prova, anche se pure le macerie nascoste della sua vita intima pesano eccome. Memorie familiari di paternalismi, mariti finalmente martiri, giusto nelle parole delle donne, e donne per una notte libere dai martirii di un paternalismo provinciale e gretto.

La magia della scrittura di Luana Rondinelli sta nel roteare il testo come zucchero filato, facendo montare la drammatica granulosità vedovile di una veglia notturna in un’esplosione emotiva e vitale che solleva lo spettatore portandolo in quella realtà e riuscendo a stampargli in faccia anche il sorriso, dopo i pugni di una sopraffazione sessista secolarizzata. La magia della Rondinelli sta in questo roteare sempre aggraziato. Drammaturga poderosa, già autrice e regista del recente Gerico Innocenza Rosa con Valeria Solarino, l’autrice scrive di donne e femminilità avvalendosi di attrici anche di cinema. Claudia Potenza l’abbiamo vista recentemente in diversi film, tra i quali Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek, e recentemente nella serie Vita da Carlo, su Prime. Donatella Finocchiaro è uno dei volti e anime imprescindibili della Sicilia cinematografica e di tanto cinema civile e biografico, e la stessa Truppo proviene da pellicole come Il mio corpo vi seppellirà di Giovanni La Pàrola e Qui rido io di Mario Martone.

A Roma fino al 5 dicembre 2021, la tournée prosegue il 9 a Castiglion Fiorentino (AR), l’11 e 12 a Soverato (CZ), il 14 a Castrovillari (CS), il 18 e 19 dicembre a Napoli e dall’1 al 6 febbraio a Milano.

PH Credits Manuela Giusto

È stata la mano di Dio. La recensione di YouMovie

Al cinema dal 24 novembre, e poi disponibile su Netflix dal 15 dicembre, arriva in sala il nuovo lavoro di Paolo Sorrentino. Il più intimo, forse il più completo

Se con La Grande Bellezza e il suo seguito ipotetico Youth Paolo Sorrentino aveva percorso narrazioni spesso dominate dalla pura suggestione dell’immagine mentre nel dittico Loro dava una sua versione libera di un biopic su Berlusconi, nel suo nuovo lavoro mette dentro tanti riferimenti autobiografici, la contemplazione estatica della sua Napoli e un omaggio affettuoso e discreto a Maradona. È stata la mano di Dio, presentato in settembre alla Mostra del Cinema di Venezia, si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria, cioè il Leone d’Argento, ma anche la Coppa Volpi per il suo protagonista Filippo Scotti, mentre adesso inizia il suo cammino con il pubblico. In sala dal 24 novembre, habitat naturale e miglior modo di godere di questo film, ma il dal 15 dicembre sarà disponibile su Netflix.

Il giovane Fabietto osserva quella parte di mondo incastonata nella sua Napoli. La realtà non lo aggrada più di tanto, così custodisce il sogno di crearne di nuove. I suoi genitori li interpretano Toni Servillo e Teresa Saponangelo. Teneri nello sbecchettarsi amorosamente quanto spietati negli affondi durante litigate burrascose. Classica coppia impiegato di banca lui, casalinga lei, sono ancora innamoratissimi, e nelle surreali riunioni di famiglia per accasare una cugina grassa o fare un giro in barca nel Golfo di Napoli i fischiettii d’ironica complicità tra padre e figlio rincuorano questo ragazzo spaesato del 1984, e un pò anche noi. La ricostruzione di quella Napoli di Fiat Ritmo e walkman in cuffia è fedelissima.

“Il cinema non serve a niente” dirà il grande Federico Fellini giunto ai piedi del Vesuvio per provinare comparse. Il cinema fa capolino così nella vita di questo giovane alter ego di Sorrentino, e ci si metterà di mezzo pure Antonio Capuano – regista mecenate del vero Paolo e primo a coglierne il talento in tempi non sospetti – mentre la tragedia che cambierà ogni cosa è dietro l’angolo. Nella prima parte il regista maneggia con classe i registri della commedia all’italiana. Settandosi su quel genere ci mostra i suoi parenti serpenti tra pellicce, mozzarelle e l’ingordigia dei vecchi. Spunta pure la zia sexy e depressa tra voyerismo e disagio mentale. La interpreta una Luisa Ranieri ottima nell’incarnare questa figura fragile e complessa, perché tenera, disperata e saggia al tempo stesso farà da timone alle scelte di Fabio.   

La catarsi laica per l’avvento di Maradona, l’acquisto del secolo che peserà quasi più di San Gennaro, aleggia per tutto il film. Forse non vincerà Oscar È stata la mano di Dio, ma meriterebbe la candidatura perché ha il guizzo e la forza di farci ridere e poi piangere.  L’eleganza della sua Napoli ha tagli inediti su scorci meno noti. Trionfa la vastità del Golfo visto dal largo e le luci lontane la rendono più europea e meno italiana. Qui siamo di fronte al Sorrentino più intimo. Con una sola scarrellata prima e con la voce nostalgica di Pino Daniele poi, sembra sussurrarci che la vita sa essere piacevole e rischiosa come un viaggio in tre sulla Vespa, e che comunque vada, gli affetti più stretti ci restano sempre aggrappati saldamente, e noi a loro. 

PH Credits Gianni Fiorito
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